Libertà

Oggi mi concedo una piccola divagazione personale. Non mi piace fare i discorsi, sono troppo sciatta per le celebrazioni.

Ma progettare una vita nuova è stato un percorso così lungo e sofferto che ho bisogno di esprimere la mia gratitudine a tutti quelli che hanno dato una spinta al destino, volontariamente o meno. Lo farò in rigoroso ordine cronologico.

INVERNO -  A Lorenzo Mantelli, con cui ho condiviso una cena e poco più e che in quell’occasione, quasi per caso, mi disse: “Sai, ho un amico che l’ha fatto ed è contento. A tornare indietro farei la stessa cosa”. Lui nemmeno lo sa, ma ha cambiato la mia vita.

A Daniele Fisichella, il secondo anello di questa catena improbabile, che mi ha raccontato la sua storia e alla fine, un po’ per scherzo, mi ha detto: “Ti ho convinto?”. Ha ascoltato le mie lamentele e ha speso ore a parlare con me di Italia e di Inghilterra, senza nemmeno avermi mai vista in faccia.

Ad Alessandro Di Maio, che c’è sempre nel momento del bisogno, che è un esempio umano e professionale, e che mi ha detto, in una lunga conversazione via Skype, le parole giuste al momento giusto. Mi ha fatto conoscere il potere del numero magico e mi ha insegnato come fanno gli arabi a trasformarlo in un portafortuna. Mi piace pensare di essere riuscita a passare l’esame grazie a tutti quei nove disegnati sul quaderno.

A Gabriele Ponzoni, nel cui ufficio all’INGV ritrovo dopo ogni chiacchierata coraggio e speranza. L’ultima volta che ci siamo visti mi ha minacciata: “Se tra due mesi sei ancora qua ti inseguo e ti prendo a calci in culo”. Un incoraggiamento che non dimenticherò.

NUOVO ANNO - A Riccardo Spada, amico del cuore, per tutto, per avermi corretto le cover letters piene di strafalcioni e per avermi presentato Navpreet Kundal. Senza nemmeno conoscermi, mi ha aiutata a preparare un esame impossibile, e sempre è stata “here to help” senza aspettarsi nulla in cambio. La sua più grande lezione è stata di amicizia.

Ad Andrea Nuzzo, che mi è piombato addosso una sera di gennaio nel momento meno opportuno, ma è stato l’inizio di una nuova vita. Grazie per un numero incalcolabile di cose. E anche per aver preso parte alla campagna “correggiamo le barbarie linguistiche di Lou prima che invii l’application”.

PRIMAVERA - A Giulia Biguzzi, che ha creduto in me quando nemmeno io ci credevo e mi ha voluto bene a prescindere.

A Ugo Bardi, per la lettera di referenze, per i suoi libri, per essere un saggio e un divulgatore impeccabile e fantasioso. Per tutte le interviste che mi ha pazientemente rilasciato, per avermi dato l’opportunità di lavorare con ASPO. E ad ASPO tutta, che mi ha aperto un portone.

A Giovanna Cosenza, per la lettera di referenze e per le utili cazziate.

Something about the future

A volte trovare il coraggio di fare qualcosa di nuovo e un po’ rischioso mette simpatia alla sorte. Mi sono intrufolata all’EMB2012, convegno europeo dedicato alle biotecnologie ambientali, con la sensazione di parlare una lingua aliena in mezzo a tutte quelle formule incomprensibili che sembravano chiarissime al resto del mondo.

Grazie al cielo non ci è voluto molto per ambientarmi, fare domande stupide, approfittare dalla curiosità degli organizzatori verso la mia piccola telecamera. Così in due giorni di lavoro serratissimo sono riuscita a collezionare molti spunti e alcune videointerviste.

Quella che mi rende più contenta, anche se come vedrete la qualità dell’inquadratura lascia a desiderare, l’ho fatta a Willy Verstraete, dell’Università di Gent, in Belgio.

Con lui ho parlato di futuro, di società resiliente, di crisi, della necessità della scienza di aprirsi alla società abbracciando una forma di ricerca più olistica.

Per questo piccolo ma prezioso ricordo (e per tante altre cose, ma è un’altra storia) devo ringraziare Andrea, che mi ha placcata esclamando “Devi assolutamente intervistarlo, ha aperto la sua presentazione menzionando Limits to Growth!”.

 

 

Special thanks to Cristiano che ha ripreso questo video su Transition Italia.

The Limits to Growth, 40 anni e non sentirli

Lo studio, realizzato nel 1972 da un team di ricercatori del MIT guidati da Dennis Meadows, ha vissuto nelle ultime decadi una storia di alti e bassi.

Commissionata dal Club di Roma, la ricerca presentava una proiezione integrata del futuro dell’umanità tenendo conto di una serie di modelli predittivi relativi a cinque parametri fondamentali: popolazione, produzione di cibo, produzione industriale, inquinamento, consumo delle fonti non rinnovabili. Questo celebre grafico ne illustra i risultati:

La tesi generale emersa dallo studio sostiene che se l’attuale tasso di crescita della popolazione, dell’industrializzazione, dell’inquinamento, della produzione di cibo e dello sfruttamento delle risorse continuerà inalterato, i limiti dello sviluppo su questo pianeta saranno raggiunti in un momento imprecisato entro i prossimi cento anni. Il risultato più probabile sarà un declino improvviso e incontrollabile della popolazione e della capacità industriale.

Dopo un periodo di interesse seguito alla sua pubblicazione, che ha fatto di Limits to Growth (LtG) una pietra miliare nell’ambito degli studi sistemici sulla sostenibilità, negli anni ’80 e ’90 il rapporto fu duramente criticato, e ne fu negata la credibilità scientifica.

La critica più nota, presentata tra gli altri da alcuni premi Nobel, sostiene la capacità dell’uomo di dotarsi di tecnologie in grado di risolvere la crisi energetica e demografica.

Solo negli ultimi anni l’interesse verso LtG sembra essersi riacceso, anche a fronte della crisi economica che ha messo in luce le debolezze del nostro sistema di sviluppo. Alcune tra le ultime pubblicazioni che lo riprendono sono di Graham Turner (2008) e Ugo Bardi (2011).

In particolare, lo studio di Graham prende in esame i modelli proposti dal team di Meadows e li incrocia con i dati effettivamente raccolti negli ultimi 30 anni. Ecco il risultato (grafico pubblicato su Smithsonian):

Facendo clic sulla figura per ingrandirla, si vede come gli andamenti osservati nell’ultimo trentennio (riga piena) corrispondano in modo sorprendente al modello dei ricercatori del MIT nel 1972 (riga puntinata). Possiamo concludere che le previsioni per i prossimi decenni, in uno scenario business as usual, siano più verosimili di quanto molti detrattori abbiano sostenuto finora.

Già nel 1972 la ricerca sosteneva che la mitigazione del rischio fosse possibile, e sottolineava il ruolo significativo delle politiche di governo nazionali e internazionali per scongiurare il pericolo di un tracollo brutale e la perdita di molte vite umane. Lo shock energetico avrebbe comunque avuto luogo, ma in base ai provvedimenti dei governi avrebbe potuto essere più o meno grave.

Dall’epoca della prima pubblicazione di LtG, poco o nulla è stato fatto in termini di mitigazione, e oggi i risultati della crisi cominciano ad assumere un aspetto terrificante. Ecco cosa si legge oggi sul Fatto Quotidiano. E stando a quanto dice Loretta Napoleoni, ma ormai è sentire comune, il problema non è solo della Grecia.

A quarant’anni dalla sua prima pubblicazione, dunque, il rapporto Limits to Growth ha ancora molto da insegnare. Forse ora, con un ritardo che per alcuni è già irreparabile, qualcuno comincerà a pensarci sopra.

Da leggere:

Graham Turner (2008). “A Comparison of `The Limits to Growth` with Thirty Years of Reality”. Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (CSIRO)

Ugo Bardi (2011). “The limits to growth revisited”. Springer editions.

Giornalismo 2.0 – meno giornalisticità per favore

Il titolo dell’incontro a cui ho partecipato ieri, organizzato da Youth Press Italia,  parlava chiaro: il tema era il futuro del giornalismo, ma più nello specifico i nuovi media, con particolare attenzione ai social.

Invece, si è finito a parlare d’altro.

Il programma e l’elenco relatori, che vedete qui, dicono poco di come sia svolto l’evento, che ha preso una piega imprevista ma utile a ricordare quali sono le urgenze e forse i limiti del popolo dei giornalisti d’oggi.

Ancora una volta, la parola chiave è stata “precariato”: si è ragionato di come affrontarlo sia dal punto di vista politico e collettivo, che da quello personale. Ciascuno deve trovare la sua strategia di sopravvivenza pratica e psicologica. Sentirsi allo sbaraglio, dover contare i centesimi, vivere nell’ansia della folla di concorrenti che con la bava alla bocca aspettano solo che tu dica un timido “no” per prendere il tuo posto, minerebbe anche gli spiriti più equilibrati.

Sono uscite parole come “lotta”, discussioni sul ruolo del sindacato e sulla necessità di sensibilizzare i giovani che ancora accettano di lavorare per niente. Tutti aspetti importanti della professione odierna, ma che a mio parere sarebbero da superare, pensando con più attenzione al contesto in cui viviamo.

La crisi c’è, c’è per tutti e non solo per noi, non è colpa degli editori cattivi, a mio parere l’Ordine ha delle grosse responsabilità ma questa è un’altra storia.

Nel frattempo, dobbiamo metterci gli occhiali per vedere un po’ oltre il nostro naso, e renderci conto che parte dei conflitti in cui anneghiamo sono il sintomo di un cambiamento, economico, sociale e culturale. Non ci sono buoni e cattivi, non c’è una contrapposizione reale tra dipendenti e precari, tra carta e internet, tra nuovi e vecchi media.

Non è vero che Facebook ci rende -stupidi-, impatta sulla società in modi che al momento non possiamo valutare, il cui sviluppo sarà imprevedibile. Se al momento l’uso dei social network dà luogo a fenomeni deprecabili come la crescita di aggregatori di notizie che si spacciano per giornalismo, è perché siamo in un periodo di assestamento.

Abbiamo paura dei nuovi media perché non ci siamo nati in mezzo, ci sono piovuti addosso e crediamo che i nostri figli li useranno nello stesso modo in cui lo facciamo noi, con il cervello strutturato per usare modelli informativi e di pensiero pertinenti ad un’epoca passata.

I nativi digitali sapranno leggere tra le righe di una trama che per noi è troppo fitta e ci appare un tessuto piatto, separare il vero dal falso, la superficialità dal valore.

E come non dobbiamo aver paura dei nuovi media, non ci deve spaventare il mondo nuovo che ci vede tutti freelance. La parola precario mi ha stancata, d’ora in poi sarà il più possibile bandita dal mio vocabolario. Troppo spesso (non sempre, ma spesso) diventa una bandiera all’ombra della quale piangersi addosso. Ci sono molti modi di difendere la propria dignità di lavoratore; se non posso farlo tramite un posto fisso, lo farò da libero professionista. Tra parentesi, è facile che alla fine ti ritrovi con più soldi, più tempo libero, più soddisfazioni per aver fatto cose meno noiose.

Se io avessi ragione, però, non si spiega perché siano così pochi a scegliere la strada della flessibilità. Credo che una risposta convincente la dia Silvia Bencivelli, che sul suo blog scrive cose di cui quasi sempre sottoscrivo ogni virgola:

Io sono particolarmente schizzata, ma vi giuro che per molti è più o meno così. Spesso, inoltre, facciamo cose che i non-scientifici definirebbero non-giornalistiche, e a torto (o per lo meno, in modo un po’ miope), come una traduzione o un’attività con le scuole.

Ne segue che siamo anche più fortunati della media dei nostri colleghi: lavoriamo di più e in modo più vario. E ogni tanto ci chiediamo perché gli altri non facciano come noi. In cambio di un po’ meno di giornalisticità ne avrebbero un bell’allargamento del mercato. Ma se non lo capiscono tutti, subito, in massa, a noi sta solo bene.

[...]

Noi scientifici, a margine, non soffriamo della sindrome dei quattro euro a pezzo. Non so perché, ma davvero non mi capita mai di sentire il mio coetaneo (se si parla di lavoratori alle prime armi la cosa cambia, occhei. Ma ricordiamoci di monetizzare anche l’investimento che si fa nel lavoro, per cui il pezzo viene pagato 4$ + crescitaprofessionale + contatti + speranzadicontinuarelacollaborazione + … Qui sto parlando di gente che ha qualche anno, non molti, di carriera alle spalle e che lavora per lavorare oggi, non domani), insomma dicevo: non mi capita mai di sentire il mio collega scientifico davvero molto maltrattato dai propri clienti. Forse anche perché chiamarli clienti aiuta, non so.

Non credo che siamo più intelligenti della media (cioè: a volte lo penso, ma via, giù… rimanga tra noi…). Né credo che abbiamo fatto una pensata in più rispetto agli altri su dignità e soprattutto responsabilità che il nostro lavoro ci accolla. Per me, chi accetta di lavorare per due lire è un irresponsabile e l’ho già scritto. Ma non tutti la pensano così. Semplicemente ne ragioniamo in modo quasi teorico, e poi riattacchiamo a lavorare.

La forza degli abusivi dell’informazione

Pubblicato su Sottobosco.info

Gabriele Veronesi lo bazzichiamo dai tempi della prima uscita del suo film, Modena al Cubo. Il suo progetto ci è piaciuto perché fin dai nostri primi passi, tre anni fa, abbiamo tenuto d’occhio il problema del consumo dei suoli. Non abbiamo perso tempo, e abbiamo inviato Giulia Biguzzi a intervistarlo sul luogo del delitto, Modena.

Chi scrive ha conosciuto Gabriele diversi mesi dopo, in occasione di un corso di aggiornamento organizzato dall’Ordine dei Giornalisti. Erano quei giorni bui delle liberalizzazioni annunciate, in cui il popolo policromo e un po’ disperato dei pubblicisti si interrogava sulla propria sorte. C’era chi, pubblicista per caso, viveva la cosa con divertito fatalismo, c’era chi, ancora convinto che la strada maestra per la professione fosse l’iscrizione all’Ordine, si crucciava al pensiero di diventare abusivo.

Oggi quei giorni paiono lontani, dopo che la famigerata riforma si è conclusa in un nuovo e innocuo puzzle burocratico. Ma non dimentico le parole di Gabriele, quando mi disse, con tono pacato, che dell’Ordine non ci doveva interessare nulla, che l’epoca dei media tradizionali era finita, e che lui era ben contento di non seguire quella strada. Dove questo l’avrebbe portato, non sapeva, ma certo avrebbe fatto quello che più gli interessava e riteneva utile per il pubblico.

Gli riconobbi un coraggio e un’onestà intellettuale che a me mancavano. Che l’epoca della carta sia finita, che i giovani debbano reinventarsi, lo si legge ovunque. Ma è noioso sentirselo dire da coloro che di questo sistema decadente sono gli araldi; nelle loro parole non c’è responsabilità né, in fondo, una vera presa di posizione. Veronesi è uno che in questa barca, come me, come la nostra redazione e come tanti altri, ci è nato e deve imparare a guidarla senza rotta. E lo fa con serenità e senza rancore, fiducioso.

Ieri notte ho letto che il suo film è stato “sequestrato”, e lui querelato dal sindaco di Modena, l’avvocato penalista Giorgio Pighi. L’ho trovata innanzitutto una tremenda zappa sui piedi da parte di un sindaco che sarà anche padrone della materia giuridica, ma certamente non ha considerato le ricadute del suo gesto sull’opinione pubblica.

Modena al Cubo è un bel film, ha avuto successo ben oltre i confini della città e Gabriele, senza canali preferenziali, è conosciuto come un professionista impegnato e capace. Questa reazione da parte delle istituzioni è, al netto dei problemi legali che ovviamente ci auguriamo si traducano in un nulla di fatto, un riconoscimento che Gabriele Veronesi porterà con onore.

Perché oggi lui è portavoce di tutti quelli che stanno costruendo una nuova epoca, che hanno scelto di dire no alla casta senza necessariamente combatterla, ma lasciando che si spenga da sola nella propria incapacità di immaginare il futuro. Non ci interessa più seguire le orme di chi si rifiuta di riconoscerci, non ci interessa stare alle loro regole e ragionare secondo i vecchi sistemi.

Maneggiamo la rete, che è tanto più potente dei loro poveri mezzi, e siamo liberi di dire le cose come stanno, di servire la gente e non l’editore. Qualcuno comincia ad accorgersene, e come il sindaco di Modena, a spaventarsi. Per loro siamo abusivi dell’informazione e la nostra voce non può essere soffocata, perché non ha mai avuto un posto nel loro mondo. Il film Modena al Cubo parla di speculazione edilizia e di cemento, la querela contro il suo autore parla della sua forza e della libertà di chi oggi fa informazione senza padroni.

Mi fa sorridere la notizia che il film sia stato “sequestrato”. Modena al Cubo è in rete, è nei nostri computer, possiamo scaricarlo, diffonderlo, e per ogni volta che lo oscureranno ci sarà qualcuno che lo rimetterà in circolazione.

Se definiscono questa pirateria, andremo fieri di essere pirati. Se in questa epoca di crisi nessuno paga per il nostro lavoro, vuol dire che nessuno potrà dirci come farlo. E se chi è fuori dal giornalismo mainstream oggi comincia ad essere additato dal potere, significa che inizia a fare davvero paura.

Non lascio l’Italia – la voce di chi resta

Un paio di post addietro ho ospitato l’intervento di un amico giornalista che è andato a vivere e lavorare in Inghilterra. La sua è una storia di successo, che l’ha però costretto a un grande sacrificio, lasciare l’Italia.

E probabilmente, chi lo fa ha buone prospettive di non tornarci più, perché all’estero non esistono gli Ordini e i titoli acquisiti valgono poco o niente sul nostro mercato.

Ci tenevo però a lasciare spazio a qualcuno che avesse fatto una scelta diversa, perché la regola aurea del mestiere (oltre a quella di fare la domanda del cretino, ovviamente) è di sentire tutte le campane. La mia è arcinota a chi mi conosce, e preferisco che questo blog diventi un luogo di confronto senza scadere nell’autoreferenziale.

L’ospite di oggi è un caro amico, Gerardo Adinolfi, che per questo blog ha scritto un accorato intervento raccontando la sua esperienza, le sue speranze e soprattutto perché ha scelto di restare in Italia. Eccolo:

Io all’estero ci sono stato, per motivi di studio. Ci sono stato perché penso debba essere una tappa obbligata nella vita di ognuno. Ti consente di aprire la mente, conoscere costumi, culture e tradizioni diverse, sentirti parte di un qualcosa che va oltre. Sentirsi, in poche parole, cittadini del mondo. Sono stato metà anno in Finlandia e non nego che l’idea di non ritornare più c’è stata, e non poche volte. Ma poi ho deciso di tornare, e non per malinconia, o semplice sentimentalismo. Ma perché il mio obiettivo, il mio desiderio, è sempre stato quello di diventare giornalista, in Italia.

In Italia perché è qui che sono cresciuto, è qui che vorrei rendermi socialmente utile ed è qui che vorrei contribuire a un cambiamento. Tutte utopie, forse, considerata la criticità del mercato del lavoro italiano non è il momento di avere capricci e “sogni”. Il mio è quello di diventare un giornalista d’inchiesta. Ma per il momento ho ancora tanta gavetta da fare. Un sogno, però, l’ho realizzato: quello di scrivere un libro.

Si chiama “Dentro l’inchiesta. L’Italia nelle indagini dei reporter” ed è una delle più grandi soddisfazioni che mi sia mai tolto. L’ho pubblicato senza pagare nulla, trovando una casa editrice, seppur piccola, seria e che ha creduto in quel che ho proposto e scritto. E mi sono divertito, e mi diverto ancora, a girare l’Italia per presentarlo. Anche se il pubblico presente, la maggior parte delle volte, non raggiunge neanche la doppia cifra. E’ stato adottato in qualche corso universitario, e questo basta a rendermi orgoglioso.

Giornalista, sulla carta, e per l’Ordine lo sono. Sono diventato professionista nel novembre 2011, a 24 anni, dopo un esame di Stato in cui è stato bocciato quasi il 50% dei praticanti. Causa la troppa severità dei commissari, o il clima funesto che ruota oggi intorno al mondo del giornalismo, dove tutti sono nemici di tutti. E tutti hanno paura di tutti. Sono diventato professionista a novembre, ma già da maggio lavoro a Repubblica, nella redazione locale di Firenze. Mi occupo di cronaca locale, e soprattutto del sito internet. Questa di Repubblica è la mia prima vera esperienza in una redazione. Prima di Repubblica ho lavorato come collaboratore alla redazione emiliano-romagnola de Il Fatto Quotidiano e, per due mesi nel 2010 sono stato in stage al Corriere Fiorentino, l’edizione locale del Corriere della Sera.

Stage che ho avuto l’opportunità di fare tramite la Scuola di Giornalismo, che ho frequentato a Bologna. Due anni, 18 mesi di praticantato, e 12 mila euro di tasse. La Scuola, tanto amata, tanto odiata. La Scuola di Giornalismo è stato uno dei motivi che mi ha fatto rientrare in Italia. E’ stato sempre un mio sogno farla. E non la rimpiango. Per fare la scuola sono andato via di casa (sono di Nocera Inferiore, provincia di Salerno) mi sono laureato quasi prima del tempo e, grazie al supporto dei miei genitori (che non ho sfruttato né mi riconosco in quelli che dicono: “Hai fatto la scuola sulle spalle dei tuoi”) sono riuscito ad entrare alla Scuola di Bologna.

Alle selezioni eravamo in 200 a Bologna, in 250 a Roma. Ne siamo entrati in 30, per gli altri 170 che non sono riusciti ad entrare (magari non per loro demeriti, ma anche per sfortuna) la scuola diventa, improvvisamente, qualcosa da cui rifuggire. E quelli che la frequentano una massa di polli da batteria, figli di papà, raccomandati.

Le scuole di giornalismo hanno tanti pregi, e anche tanti difetti. Se è vero che giornalista si diventa, con l’esperienza e la conoscenza, se non c’è quel dono innato che non è tanto il saper scrivere bene ma l’occhio critico e la curiosità serve a poco. Alla Scuola di giornalismo di Bologna ho trovato tanti aspetti positivi, come la preparazione dei tutor, le attrezzature tecniche, il contatto umano che si è instaurato con i giornalisti che ci hanno seguito e che anche dopo la fine dei corsi sono rimasti dei maestri a cui chiedere consiglio e trovare sicurezza.

Certo è che, se non vuoi imparare, nessuno ti costringerà mai a farlo. Non si impara ad usare una telecamera se non la si prendere spontamente in mano e si va in giro per la città. Non si impara a sapersi orientare in un tribunale se di buon mattino non ci si alza e si vaga per le aule in cerca di qualche processo da osservare. La scuola a me è servita soprattutto per capire se fossi quantomeno un po’ portato per il giornalismo, e per mettermi alla prova. E anche per diventare professionisti, perché per me frequentare una scuola di giornalismo non è una scorciatoia ma una possibilità.

“Di 30 persone una decina troverà lavoro, gli altri qualche collaborazione, qualcuno cambierà mestiere”. E’ stato uno dei primi insegnamenti che ricordo di aver ascoltato durante le lezioni del primo anno. Perché la scuola non ti assicura il lavoro, pur pagando una bella cifra economica”. Ed è giusto così. Sarebbe scorretto per quanti non hanno la possibilità di farla. O semplicemente non la ritengono utile.

Nel precedente racconto del ragazzo che è andato in Inghilterra a studiare e lavorare lui afferma: purtroppo il cugino dell’amico giornalista non l’ho ancora conosciuto e se lo conosco non è ‘nel giro’. Neanche io conosco il cugino dell’amico del giornalista e non l’ho mai conosciuto né ho intenzione di conoscerlo. Non ho parenti giornalisti (e no, non sono parente neanche alla lontana di Mario Adinolfi) né medici, o notai o politici.

E’ vero che il mercato italiano sarebbe da rivoluzionare. Contratti spesso in nero, giornalisti che vengono pagati pochissimo (me compreso eh), pagati 5 euro a pezzo e senza rimborsi neanche delle telefonate. I giornalisti in Italia sono tanto, sono 110.000 gli iscritti all’Ordine nel 2010 e più della metà di questi sono “invisibili”, cioè non versano nessun contributo all’Inpgi (colpa, appunto, di contratti a nero o irrisori). Ma se tutte le persone in gamba scappano all’estero, in Italia chi rimarrà? Solo raccomandati e incapaci?

Economia for Dummies – cosa sono i titoli di stato

Nessuno lo ammetterebbe mai, soprattutto tra noi giornalisti che amiamo spacciarci per tuttologi. Ma in economia siamo molto ignoranti.

Capita talvolta che io superi la vergogna e faccia il mio mestiere, cioè porre la fatidica domanda del cretino. Stavolta ci è andato di mezzo il mio amico Luis Patrizi, che lavora nell’ambito finanziario e, da ospite esterno (e politicamente estraneo) a questo blog, mi ha spiegato in modo approfondito come funzionano i titoli di stato.

[E non dite "lo sapevo già" perché non ci credo :") ]

Quando si parla di debito pubblico si parla di soldi che lo stato ha chiesto in prestito. A chi? A tutti coloro che sono stati disposti a prestaglieli: singoli cittadini, banche, assicurazioni, fondi pensioni, fondi comuni di investimento, governi stranieri etc.

Come avvengono i prestiti? Si dice in gergo che lo stato “emette titoli di stato” (o titoli di debito, o obbligazioni…). Cosa significa? Significa che gli “investitori” (o obbligazionisti, o creditori), cioè tutti coloro che prestano soldi allo stato, comprano titoli di stato che frutteranno a loro tot interessi.

Ad esempio, io do allo stato 95 euro e lui mi restituisce a fine anno 100: significa che io ho acquistato un titolo di stato annuale con un rendimento annuo del 5,26 % circa.

Questi prestiti avvengono sotto forma di “asta”, da qui il nome “asta dei titoli di stato”. Gli stati, periodicamente, indicono delle aste per raccogliere prestiti che dovranno restituire entro un certo orizzonte temporale. Ad asta avvenuta, si può stabilire qual è l’interesse che lo stato dovrà pagare a tutti coloro che gli hanno prestato i quattrini per quel determinato orizzonte temporale. Quel tasso di interesse (cioè quello che permette allo stato di raccogliere i soldi il giorno dell’asta) è quello che viene definito “rendimento all’emissione”, limitatamente a quell’orizzonte temporale.

Il gioco però non finisce qui. Già 1-2 giorni dopo l’asta, o a volte anche subito dopo, a seconda dei casi, tutti coloro che hanno deciso di partecipare all’asta e prestare soldi allo stato possono rivendere gli stessi titoli a qualcun altro.

Ad esempio: io partecipo oggi all’asta per un prestito annuale, a fine asta il tasso di interesse annuo definito è circa il 5,26%, quindi per ipotesi io presto allo stato 95 euro e lui tra 365 giorni mi restituisce 100 (ipotizziamo un anno da 365 giorni esatti); in gergo si direbbe che ho acquistato all’emissione un titolo di stato annuale al 5,26%.

Il giorno dopo l’asta io mi rendo conto che ho bisogno di soldi e non mi bastano i soldi che ho sul mio conto corrente. Cosa faccio? Non sono costretto ad aspettare un anno affinchè lo stato mi restituisca 100 euro e nemmeno sono costretto ad aspettare che la mia azienda mi paghi lo stipendio a fine mese: posso rivendere immediatamente sul mercato quel titolo di stato che ho acquistato all’asta il giorno prima. Ma a che prezzo? Al prezzo di mercato, cioè al prezzo al quale trovo qualcuno disposto a comprarmelo. Se sono fortunato, oppure ho scelto il momento opportuno, trovo qualcuno che è disposto a comprare ad un prezzo più alto (ad esempio 96) rispetto a quello che ho pagato io; altrimenti potrebbe andarmi male e potrei trovare qualcuno disposto a pagare solo di meno rispetto a quello che ho pagato io ed in questo caso ci perderei.

Ipotizziamo che io sia stato fortunato e il giorno dopo abbia rivenduto il titolo a 96. 

A questo punto è utile definire alcuni valori: 

95 è il prezzo al quale il titolo è stato emesso il giorno dell’asta.

96 è il prezzo di mercato al quale io ho venduto il titolo il giorno dopo l’asta.

5,26% circa è il rendimento annuale del titolo, che scade dopo 365 giorni, definito il giorno dell’asta.

Il tizio, che ha comprato il titolo da me a 96, riceverà esattamente come me 100 a scadenza, però dopo 364 giorni e non più 365 (364 perchè ha comprato il titolo un giorno dopo di me. Lo stato restituisce i soldi con gli interessi nel medesimo giorno, però il tizio che ha pagato 96 dovrà attendere un giorno in meno dato che ha acquistato il titolo un giorno dopo l’asta. Se avesse comprato il titolo 2 mesi dopo l’asta, avrebbe dovuto attendere 10 mesi ect ect) : la differenza tra me e lui è che io avevo spuntato un rendimento annuo del 5,26% circa (cioè presto 95 e dopo 365 giorni ottengo 100), mentre il tizio che ha comprato da me il titolo a 96 ha spuntato un rendimento del 4,18% circa annuo (cioè ha comprato qualcosa a 96 e dopo 364 giorni otterrà sempre 100)

Dal punto di vista dello stato è importante sia il tasso di interesse definito all’emissione (cioè il 5,26%), sia il tasso di interesse di mercato, cioè quello che emerge dagli scambi che avvengono sul mercato (ossia il 4,18%).

Erroneamente si potrebbe pensare che allo stato interessi solo il tasso di interesse che viene definito il giorno dell’asta, dato che è quello che lui deve pagare per raccogliere denaro. In realtà gli stati indicono le aste periodicamente e, quindi, all’asta successiva il tasso di interesse che emergerà sarà un tasso di interesse molto vicino a quello di mercato valevole per il medesimo orizzonte temporale, cioè al tasso di interesse, per l’orizzonte temporale considerato, che emerge dagli scambi i giorni precedenti all’asta o anche un istante prima che finisca l’asta.

Infine dobbiamo aggiungere alcune note:

1) Per semplicità abbiamo utilizzato un esempio con titoli di stato annuali senza cedole. In realtà esistono titoli di stato con scadenze diverse e pagamenti differenti.

2) L’unità di misura che si utilizza per quantificare l’ammontare di titoli di stato emessi (ma il discorso si può estendere a tutte le obbligazioni), ovvero la “quanto” lo stato si è indebitato all’asta, non viene espresso con il “numero di obbligazioni” emesse. Non si dirà, cioè, sono state emesse tot obbligazioni a tot prezzo. Si dirà ,invece, che è avvenuta un’asta di titoli di stato per un valore nominale di tot ad un prezzo di tot%.

Torniamo al nostro esempio. Ipotizziamo che il giorno dell’asta siano stati raccolti dallo stato 4.750.000.000 € e dopo 365 giorni lo stato debba rimborsare 5.000.000.000 € ,-il rendimento all’asta è appunto 5,26% annuo – in questo esempio il valore nominale emesso corrisponde a 5.000.000.000 €.

Dato che 4.750.000.000 è il 95% di 5.000.000.000, si dirà che il prezzo di quel titolo all’emissione è il 95% del valore nominale. I 100 euro, che in teoria dovevamo ricevere a scadenza, corrispondevano al valore nominale da noi sottoscritto.

3) Quando si vuole isolare l’effetto di una singola variabile, in economia si ragiona “ceteris paribus”; cioè a parità di tutte le altre circostanze. Tornando alle aste di titoli di stato, per lo stato è ovviamente preferibile spuntare in asta un tasso di interesse il più basso possibile,”ceteris paribus”.

Bisogna specificarlo perchè in realtà i tassi di interesse possono mutare per altri motivi; cioè per decisioni della Banca Centrale ma questo esula dal nostro ragionamento. Quindi diciamo che, “ceteris paribus”, allo stato (cioè al debitore o “emittente” di titoli di stato) conviene spuntare in asta un tasso più basso possibile.

Chiamatela precauzione

Anche su REA, il blog ufficiale di Aspo Italia

Cari Lettori,

in questa giornata così speciale dell’anno ho pensato di proporvi qualcosa di diverso dal solito.

Spesso su queste pagine parliamo dei rischi che l’umanità corre per la propria avventatezza, molti dei quali causeranno danni irreparabili. Il desiderio di conoscere quello che ci aspetta, per dirla con le parole di Serge Latouche, di guardare dritto verso l’iceberg a cui la nostra nave sta puntando, si affianca a un sentimento di paura e disperazione. Temiamo per noi stessi ma soprattutto per i nostri figli, per le generazioni future.

Eppure, per molti il Natale è un momento di speranza, in cui si cerca di guardare al nuovo anno con un sorriso. Non voglio tradire la vocazione di “Cassandra” di questo blog, ma per una volta soffermarmi con voi su una riflessione che contenga gli ingredienti di un exit plan.

Naomi Klein, al ritorno da un viaggio di ricerca nel quale, insieme a un team di scienziati, ha esplorato i danni della fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico, parla della nostra società della crescita con gli stessi toni con cui descrive il disastro della Deepwater Horizon: nessuna pianificazione, nessun piano b.

In guerra, nella ricerca di nuove aree di sfruttamento dei carburanti fossili, nei processi finanziari, nell’affrontare il cambiamento climatico, si preme l’acceleratore nel momento in cui si dovrebbe tirare il freno.

Questo è il modo in cui le civiltà si suicidano.

“Il problema è che la nostra narrativa – osserva Naomi Klein nel suo TED talk, intitolato Addicted to Risk – ha anche una risposta per questo. All’ultimo minuto saremo salvati, come in qualunque film di Hollywood”.

Per cambiare le cose, abbiamo bisogno di nuove storie: “Abbiamo bisogno di storie che contengano eroi di ogni tipo, pronti a prendere rischi di tipo diverso, rischi che affrontino l’imprudenza faccia a faccia, che mettano in pratica il principio di precauzione, anche quando questo significhi entrare direttamente in azione. [...] Abbiamo bisogno di storie che sostituiscano il racconto lineare di crescita infinita con racconti circolari, che ci ricordino che chi semina vento raccoglie tempesta: questa è la nostra unica casa, non c’è via d’uscita. Chiamatelo karma, chiamatela fisica, azione e reazione, chiamatela precauzione: il principio che ci ricorda che la vita è troppo preziosa per metterla a rischio in nome di un qualunque profitto”.

Il mio augurio di Natale per l’anno prossimo è che possiate conquistare la libertà di immaginare nuovi eroi, perché è anche attraverso la narrazione che si costruisce il futuro.

Il video è sottotitolato in italiano, ma sul sito ufficiale di TED troverete i sottotitoli in 25 lingue diverse.

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La voce di chi ha deciso di andare

A volte pensiamo che questa crisi dell’editoria sia una fatalità senza alternative. Pensiamo che l’unica possibilità sia cambiare lavoro, farci la guerra tra poveri, farci raccomandare. Certamente questi sono scenari possibili, con esiti a volte perfino positivi (soprattutto nell’ultimo caso).  Proprio oggi ho fatto due chiacchiere attorno a un tavolo con alcuni colleghi di un coordinamento di precari, tornandomene a casa più scoraggiata di prima. Apprezzo il fatto che esista ancora chi si preoccupa di cose dimenticate come equità, salari, solidarietà tra colleghi, eppure ho avuto l’impressione che intorno a quel tavolo fossimo come un guscio di noce nel mare.

Così, ho deciso di proporre una voce diversa e a suo modo positiva, anche se per molti di noi destinata a rimanere utopia. Daniele Fisichella ha studiato giornalismo alla City University di Londra e oggi è Community Involvement Officer per la Peterborough Community Radio.

Abbiamo parlato via Facebook, dove lo avevo contattato per chiedergli informazioni sul mercato del giornalismo inglese, e mi ha spiegato perché secondo lui studiare lì è un investimento migliore che farlo in Italia:

In Italia, a Bologna, avevo un lavoro da giornalista piu’ o meno stabile (a volte part time, a volte full time, a volte non ti chiamavano proprio) e delle prospettive poco chiare (ti dicono sempre ‘c’e’ molta competizione’, ‘bisogna fare sacrifici’ e’ ‘bisogna accettare qualsiasi lavoro, anche gratis’, di solito a dirtelo sono i capiredattori che un bello stipendio fisso ce l’hanno e nessuno glielo tocca).

Comunque sono andato a Londra per fare un master in giornalismo alla City University of London, presentata come una prestigiosissima università con un corso di giornalismo che ha sfornato tra i volti più noti della BBC e non solo. Il corso si è dimostrato all’altezza delle aspettative, anzi forse ha superato le aspettative per livello di impegno richiesto e professionalità di professori e colleghi.

Il mio inglese non esattamente oxfordiano all’inizio ha contribuito a rendere l’anno di studi ancora più difficile se vogliamo ma non per questo meno interessante ed entusiasmante. Poi ho trovato lavoro praticamente il giorno dopo, mi sono dovuto spostare a Peterborough, dove da più di un anno sono responsabile di una Community Radio.

Senza entrare nei dettagli in questi anni ho avuto l’impressione che il giornalismo fuori dall’Italia sia un’altra cosa: per il modo in cui è fatto (piu’ precisione, meno approssimazione, costante ricerca di argomenti nuovi), per le tecnologie che vengono usate e per il livello di creativita’ e di interessi che veniva richiesto anche agli studenti come noi.

Il corso che ho fatto era dedicato solo a studenti internazionali si chiama ‘International Journalism’ e si possono scegliere due percorsi (carta stampata e radio/Tv). E’ durato 9 mesi (settembre-Luglio, ma con almeno 2 mesi di pausa di lezioni in mezzo). All’inizio erano piu’ lezioni, tipo 4 o 6 ore al giorno massimo, ma alla fine era più un ‘lavoro’, perché dovevi preparare dei pezzi, discuterne col tuo caporedattore (il prof) e realizzarli da solo o con i colleghi. Ricordo di aver passato settimane intere, inclusi i weekend, al dipartimento che però è attrezzatissimo e rimane sempre aperto.

C’era anche gente che lavorava da casa ovviamente, considerato che le distanze londinesi sono notevoli.

E’ costato 7.400 sterline, all’epoca praticamente l’ho pagato in euro perche’ il cambio era quasi pari. Ovviamente sì, è caro ma non credo che un master in Italia costi di meno. A Londra vivevo con 1.000 euro al mese (escluse le tasse universitarie), ci bastavano per pagare l’affitto (550-600 euro), mangiare, uscire e ogni tanto andare a qualche cinema, concerto…ovviamente il 31 del mese il mio conto era a due cifre. Niente a che vedere con le cose che ti puoi permettere in Italia con gli stessi soldi, purtroppo a Londra i soldi sono essenziali: se ne hai pochi di Londra non riesci a vedere molto, però anche quel poco è significativo e se è per poco tempo si può affrontare, secondo me.

Sicuramente si può osservare che la crisi che in questi anni si abbatte sull’Italia e sull’eurozona colpirà presto anche il resto del mondo, e quindi il mercato dei media in UK tra qualche tempo potrebbe essere depresso proprio come da noi. Ma forse, una differenza sostanziale sta nella mentalità, che crisi o non crisi fa comunque la differenza:

Il giornalismo e’ extra competitivo anche qua, per ogni posto di lavoro specialmente a Londra si presentano centinaia di candidati ed è veramente difficile anche essere chiamati per un colloquio. Anche qui si comincia con i tirocinii (almeno ti pagano i trasporti e il pranzo però) e la gavetta la fanno tutti. Però c’è una differenza enorme con l’Italia, anzi due. La prima: se lavori i tuoi diritti di lavoratore vengono riconosciuti dal primo giorno: contratto, ferie, contributi e via dicendo. Non ti pagano in nero e non esiste il lavoro interinale in questo campo.

Secondo: le offerte di lavoro ‘reali’ esistono. Vengono pubblicate sui siti con tanto di salario e mansioni specificate. Hai mai visto una cosa del genere su un sito italiano? Anche i tanto strombazzati InfoJobs e via dicendo?

Ecco questa è la differenza: le persone ‘normali’ che sono fuori ‘dal giro’ possono benissimo trovare lavoro e competere anche contro gli inglesi. Chiaro come stranieri non potremo forse scrivere sul Guardian o neppure su un giornalino locale finché il nostro inglese non sarà talmente fluido da conoscere espressioni di gergo, però posti come produttore, web designer, o comunque tutti quei ruoli che implicano un uso non esteso della lingua ma che hanno elementi di giornalismo in sé, rappresentano una opportunità per tutti.

 Secondo me tra stare in Italia ad aspettare che l’amico del cugino di un tuo amico che conosce un giornalista ti dia l’opportunità di fare quello che ti piace pagandoti pure, e venire qua e iniziare a cercare lavoro, trovarlo ed iniziare la propria carriera, io direi che la seconda opzione è la migliore.  Ah, e io tra parentesi non vedrei l’ora di tornare in Italia ma purtroppo il cugino dell’amico giornalista non l’ho ancora conosciuto e se lo conosco non è ‘nel giro’.

Povero Giuseppe D’Avanzo

Mi ero ripromessa di non parlare più di queste cose, spero che sarà l’ultima volta. Avrei preferito non leggere certi tweet di Arianna Ciccone che raccontano l’intervento di Michele Santoro davanti agli studenti della scuola di Giornalismo di Urbino. Ma dal momento che li ho letti non posso proprio starmene zitta (imparerò, abbiate pazienza).

 ”Io non conosco un giornalista bravo che non lavori”

Già questo esordio farebbe cadere le braccia a molti. A me no, ma solo perché sono abbastanza delusa da non sorprendermi più: questa è solo l’ennesima conferma della crisi non solo economica ma etica e spirituale in cui versa l’informazione italiana. Non basta: Santoro ammette, con disarmante candore, i criteri con cui ha scelto le sue veline:

“Giulia Innocenzi rappresenta il ritorno alla politica dei giovani”; “Granbassi è stata scelta per contribuire allo spettacolo. Ma tanti giornalisti li abbiamo formati”

Per una volta, ed è una rarità, mi tocca fare la parte della femminista e osservare che la scelta di una bella ragazza che si finge giornalista ”per contribuire allo spettacolo” contiene una spaventosa eredità berlusconiana. Ciò che invece si ripropone sempre uguale a sé stesso è il problema dell’accesso al mestiere, oggi per certi versi peggiore di prima. Perché prima con la costosa scuola ti compravi iscrizione all’Ordine e lavoro, ora nemmeno quello. Ora per mettere una pezza all’inutilità del pezzo di carta ci sono i concorsi, rigorosamente riservati alla futura casta pagante. Una guerra nella guerra, perché dopo la scuola, se va bene, ti fai uno stage a tempo determinato, una collaborazione a prestazione, o gratti un contrattino da 300 euro al mese. Dopo cinque sei anni, se sei fortunato, arrivi a 800. Forse a mille.

Nel frattempo vivi sulle spalle della famiglia, sempre “sgarrupato” (come direbbe un mio collega). A settembre mi sono detta – con lo sconforto di chi vede i propri sogni appesi a un filo – che se non avessi trovato qualcosa entro dicembre, avrei strappato la mia tessera. Non ne ho avuto bisogno, la sto strappando giorno per giorno al confronto con la realtà. Ogni volta che vado al lavoro e vengo trattata come una professionista, trovo dialogo, ascolto, formazione e rispetto. Ho una garanzia contrattuale accettabile e uno stipendio adeguato.

Non devo fare la guerra con altri quaranta disperati, non devo arrivare già “imparata” (o pagare per diventarlo), non sono pagata con la sola soddisfazione di fare “il mestiere più bello del mondo”, il mestiere che mi piaceva tanto, per il quale mi sono spesa per anni ma per cui non intendo rinunciare alla mia dignità.

Non è solo una questione di soldi; comincio a chiedermi sempre più spesso se valga la pena di far la guerra per entrare in un mondo brutto, di giornali e televisioni marchettari, servi della politica, dell’industria o del popolo bue che vuole vedere solo sesso, soldi e insulti. Nessuna qualità, nessuna professionalità, nessun rispetto per le persone. A volte mi chiedo perché lo faccio, e soprattutto perché nessuno si incazzi insieme a me. Se tutta questa corruzione si meriti davvero i sogni e il sudore mio e di molti altri.

E ogni tanto penso che hanno ragione quei vecchi e ricchi veterani della casta che sempre più spesso, dalle pagine di quotidiani e riviste, suggeriscono ai giovani “cambiate mestiere”. O forse basterebbe cambiare paese.